Fare scorta di suoni
Non pedalo solo per vedere posti nuovi. Pedalo per portarmi a casa il rumore del mondo.
Sono già passati sei anni.
Sei anni dall’intervento al menisco che avrebbe dovuto rimettermi in piedi. E invece, pochi giorni dopo, qualcosa ha deciso di prendere una strada diversa.
Prima il mal di testa. Sembrava volermi spaccare il cranio dall’interno.
Poi le vertigini. Quelle vere. Quelle che non ti fanno solo girare la testa: ti buttano a terra.
E un fischio.
Un suono sottile, continuo, ostinato. Come se qualcuno avesse trovato il modo di infilare un trapano dentro il mio orecchio senza mai spegnerlo.
Ricordo gli svenimenti al pronto soccorso.
Le flebo che mi facevano esplodere le vene. E il dolore del farmaco che mi scorreva dentro.
La camera iperbarica.
La claustrofobia.
E, alla fine, il silenzio.
Da quel giorno non sento più dall’orecchio destro.
Sei anni.
Il tredici per cento della mia vita.
Fa impressione pensarci così.
Eppure non ne ho mai fatto un dramma.
Ho accettato la causa di tutto questo inferno.
Anche se a volte le risposte fanno più male delle domande.
Così ho imparato ad adattarmi.
Il corpo è una macchina straordinaria. Ricalcola continuamente i propri equilibri. Cammina in modo diverso. Ruota la testa qualche grado in più. Cerca istintivamente il lato giusto da cui ascoltare.
Anche la postura cambia.
Anche il modo di stare nel mondo cambia.
Ci sono ancora giorni complicati.
L’aereo.
I luoghi troppo affollati.
Le stanze dove tutti parlano insieme.
E soprattutto quei momenti in cui l’orecchio sinistro dà anche solo la più piccola sensazione di essere diverso dal solito.
Basta un istante.
Ed è come se qualcuno aprisse una porta dentro la paura.
Perché oggi vivo con un solo orecchio.
Ho un solo tentativo.
Ho un’unica possibilità.
È una sensazione difficile da spiegare.
Non è la paura della sordità.
È la paura di perdere tutto quello che ancora riesco ad ascoltare.
La voce delle persone a me care.
Il mio nome pronunciato da qualcuno.
Il vento tra gli alberi.
La pioggia sul casco.
Il rumore secco delle gomme che scrocchiano sullo sterrato.
Il mare.
Perfino il silenzio, quello vero, quello che esiste solo perché prima c’è stato un suono.
E poi ci sono le canzoni.
Ogni tanto ci penso.
Penso a cosa significherebbe non poterne più ascoltare una.
Non cantarla.
Non riconoscerne le prime note.
Fa paura.
Più di quanto riesca ad ammettere.
È anche per questo che continuo a pedalare.
Molti pensano che la bici mi serva per sentirmi libero.
È vero.
Ma non è tutta la verità.
La bici mi restituisce equilibrio.
Quello fisico, che il mio corpo continua ogni giorno a ricostruire.
E quello mentale, che rischia di crollare ogni volta che lascio entrare la paura.
Quando pedalo ascolto il mondo.
Le ruote sull’asfalto.
La ghiaia.
I torrenti.
Le cicale.
Il vento contrario.
Le campane di un paese lontano.
Le onde che si infrangono sulla riva.
In ogni viaggio colleziono suoni.
Li porto a casa senza registratore.
Li affido alla memoria.
Forse è questo che sto facendo.
Sto facendo scorta di suoni.
Perché so che niente è garantito.
E allora li ascolto davvero.
Con gratitudine.
Come si ascoltano le cose preziose.
Come se ogni suono fosse un regalo.
Come se potesse essere l’ultima volta.
Probabilmente la felicità non è altro che questo.
Accorgersi di ciò che abbiamo quando possiamo ancora sentirlo.


Toccante, davvero
❤️